Latest Entries »

Drastico, Acuto, Rigido, ma Distruttivo. Jean Barraqué (1928-1973) butta fuori se stesso, attraverso un serialismo severo che ambisce nascostamente tra le sequenze, ad una vera e propria volontà di autodistruzione. L’ordine è una lesione puntiforme di frangenti. La sua musica mi appare come una necrofilia nella quale l’immagine paralizzante tratta dallo strutturarsi di una primitiva fase anale, si fa veicolo di riscatto verso una necessaria libera prosperità.
Mi viene spontaneo definirla come un Post Strutturalismo sonoro.
Appartiene all’ordine non di un’espressione, ma di un’evacuazione radicale. L’impressione che mi da ascoltandolo è di non riuscire a riprendersi i pezzi estraniati senza prima immettersi nell’ordine degli oggetti stessi che egli stesso produce. Al corpo perforato è stato aggiunto un morbo che lo domina formalmente e ad esso va contrapposto l’estremo. L’espulsione soggettiva nasce anche dall’esigenza di un certo compiacimento. Il dolore si prefigge come meta l’incontinenza del piacere, non in quanto sfogo ma nella speranza di riprendersi ciò che è stato violato. La sua alterità data dall’oscillazione tra l’abbandono ed il controllo è in verità terrore della perdita, della destrutturazione; allo stesso tempo è istinto di superamento, di invischiamento. Colma di potere, di raffinata, misurata violenza e volontà di colpa, viscerale, sospettosa – le attese, valvole desideranti, diventano in questa composizione delle ossessioni compulsive – la voce è gocciata.
Lega il suo nome alla filosofia, basti pensare al testo della nostra opera tratto da Nietzsche; e nel modo più carnale, se pensiamo alla sua relazione col filosofo post-strutturalista francese M. Foucault.

Piccolo appunto extra…
Il ritorno, spiovente goccia a goccia, carico quanto trattenuto. E così sono tornata dopo tempo, casualmente con Séquence di Jean Barraqué, a scrivere in questo spazio.
Grazie ai lettori che seguono ancora.

Perché dodecafonia non è solo sinonimo di Scuola di Vienna.
Vissuto in Italia, Luigi Dallapiccola (1904-1975), è un compositore  oscuro, penetrante, evocativo di una materia sonora capace di attingere dall’esperienza del dolore quel fervore di riscatto, recisione dell’appeso istante sofferto, l’istante infinito, attraverso l’incidenza tagliente di una salvezza interiore inchiodata alla morte.

 

 

Mio commento percettivo

 
E nei Canti di Prigionia (1938/1941), di Maria Stuarda ascoltiamo piegarsi la speranza dentro l’abito nero, un inguine buio partorito nell’ombra dell’attesa, dell’attesa di fine. In fondo all’esausto vuoto il canto si accascia, nasce una preghiera di liberazione che si solleva esile verso il cielo. Inchiodato il fato sordo all’adorazione celeste, oltre il sommesso timpano del desiderio di fuga reale,  l’anima annuncia l’unico abbandono possibile: dalla reclusione una visione di voce. La catena spirituale spezzata ha messo nel volo liberatorio della rinuncia alla vita le ali di un respiro più profondo, un profondo commiato, una profonda rassegnazione.

O Domine Deus
speravi in te.
O care mi Jesu,
nunc libera me!
In dura catena,
in misera poena,
Desidero te;
Languendo, gemendo
et genuflectendo
Adoro, imploro
ut liberes me!

A seguire l’invocazione del filosofo cristiano Boezio, imprigionato nel 522;
Ed il congedo del frate domenicano Girolamo Savonarola.

C’è qualcosa che non attende, invade, permea senza trovare opposizione in ciò che diviene, frammento permeabile, un tutto permeato. Dall’ultima goccia all’estrema estensione, la stringa di questa immobile sequenza sonora di diluvio impregna. Giunge una marea senza cicli, un sorgere senza mattino, un incupirsi che dirada aperture di buio. Siamo scorti senza estasi alcuna, immischiati in un fenomeno percettivo che si rivela a noi come uno scorcio pre-percettivo e pre-fenomenico, un soffio trapelato di puro evento. Sovvertito l’ordine, tutto è noumeno.

Stiamo ascoltando di Andrea di Paolo, NUR (In memoriam Béla Bartòk),
per violino, viola e violoncello:
I. Hypnotic
II. Adagio (Molto sostenuto)
III. Nocturnal Elegy.

(Se non dovesse funzionare, potete ascoltarla QUA)

Su Andre di Paolo trovate tutte le informazioni che cercate direttamente sul suo sito il quale offre anche delle interessanti letture oltre che i brani musicali da ascoltare.
Link.

lds1
lds2

 

G. DELEUZE
Logica del senso
Universale economica. Saggi
Universale Economica Feltrinelli
traduzione M. De Stefanis
Edizione 3
Editore Feltrinelli, 2005
ISBN 9788807818660

biermann

biermann2

 

 WOLF BIERMANN, 
MIT MARX-UND ENGELSZUNGEN,
NOCH.
La mia edizione:
W. Biermann, Per i miei compagni,
trad. Luigi Forte,
Giulio Einaudi Editore,
Torino, 1976.

Marius Flothuis, compositore olandese mozartiano contemporaneo (1914-2001). In realtà dovremmo definirlo “musicologo” per formazione. Professore di musicologia all’Università di Utrecht; critico musicale; ricoprì anche diversi incarichi, per esempio al Concertgebouw (famoso teatro) di Amsterdam come vicepresidente (1937) e presidente (1955-1974). La composizione invece fu frutto del suo lavoro da autodidatta.
Apprezzo moltissimo questa sua musica per arpa: Pour le Tombeau d’Orphèe Op. 37.
Vorrei semplicemente farvela ascoltare.

 

Siamo in Polonia. Postserialismo. Krzysztof Penderecki (1933), ispirato dalla visione di due angeli in un arco durante una visita a Ravenna, scrive per noi questa Emanationen (1958) per due orchestre d’archi con ventidue archi, clavicembalo, nove  flauti (woodwinds) e diverse percussioni. Partitura dinamica, tremolii, pizzichi, schizzi, amplificazioni, suggerimenti irrisolti.

Commento percettivo

L’emanatio:
un distillare di fumo,
appannato e stridente
da permeata fessura
di spirito; crea l’Uno
goccia dopo goccia
annidata l’apparenza.
Neoplatonismo
d’avanguardia.

Trasmissioni sintetiche di ingerenze acustiche. Scavare, scoperchiare, scartavetrare, scorticare, scarnificare per arrivare fino all’osso della lamiera del suono. All’asola della modernità è stato appeso, assottigliato il pendolo dello spazio e del tempo, l’ondeggiare percettivo. All’essere umano non resta che il ripiegamento esistenziale sulla sottigliezza indistinta del fogliame sonoro che allude ad un intorpidimento, rinsecchimento e funge da pre-in-stabile contenitore di frequenze disillusive che corrispondono all’antipodo coercitivo della sua stessa estraneazione. L’incalcolabile molteplicità non è riuscita ad ottenere l’ambita perfezione distributiva né quella accumulativa e costituisce ora l’insieme disgregato della nuova natura irrisolta, non ancora classificata perché non classificabile, non ancora scoperta perché irrilevante.

Qui siamo “dopoltrecontro” la dodecafonia. Siamo al Serialismo. Schoenberg est mort! E non ce ne possiamo neanche fare una ragione.
Lui è il tedesco Karlheinz Stockhausen (1928 – 2007). Nella Telemusik troviamo il nomade incontro tra la tradizione, incarnata dagli interventi vocali ed estratti melodici che sorvolano i cieli della anti-soggettivazione elettronica e quest’ultima stessa, vera anima della musica. Partorita a Tokyo nel 1966 (Studio for Electronic Music of the Japanese broadcasting system Nippon Hoso Kyokai, NHK) la composizione ci sembra un ibrido inquietante. Interessante l’ausilio di alcuni strumenti tipici giapponesi come la percussione mokugyo ed oggetti comuni come le campane del tempio e le tazze. Come se in qualche modo volessero tentare di farci assopire nel rassicurante ricordo dei gesti consueti e nel nutrimento delle speranze.

l'ideologia tedesca1
l'ideologiatedesca2

Edizione

l'ideologiatedesca00

 

Indice


l'ideologiatedesca00indicel'ideologiatedesca00indice2l'ideologiatedesca00indice3

Guillaume Lekeu, morto all’età di ventiquattro anni, nel 1894. Appartenente alla non formalmente costituita, se così si può dire, scuola belga – rispolverando anche le parole di Debussy a proposito del giovanissimo geniale compositore di Verviers:
“César Franck non è francese, è belga. Si, c’è una scuola belga. Dopo Franck, Lekeu è uno dei maggiori degni rappresentanti, questo Lekeu, l’unico musicista davvero Beetohovianamente ispirato”.
Lekeu appare emozionale. Adombrato, come riposato ai piedi di un possente tronco nell’ora assorta di Pan. Appare radicato, ma fuggente. Cerca un letto d’indipendenza tra le idee, cerca un sonno d’infatuazione, un sogno di pacificazione e sospira profondo desiderando un risveglio nuovo di valori e trascinamento. Ma non si distende, non si rinfresca: TEME l’offuscamento della ragione ed ARDE già rapito. Passionalmente, il suo riposare combatte.
Ho scelto questa composizione, perché rende l’immagine. E non soltanto una, nell’arco di quasi un’ora.
Questa sonata fu composta all’età di diciotto anni.

Sonate en Fa mineur pour violoncelle et piano (1888)
1. Adagio malinconico
2. Allegro molto quasi presto
3. Lento assai e con molto di malinconia
4. Epilogue (Allegro assai ed appassionato espressivo)

Dopo l’Epilogo (incompleto), abbiamo la parte finale [50:25] aggiunta da Vincent d’Indy (notate la differenza).

 

 

Mio (ulteriore) commento percettivo alla melodia.

Afferrato con le mani il tempo di un cammino, le ombre, dalle finestre dentro agli occhi, salutano la mia distanza dal logoramento. Dalla chiusura, la volontà è filtrata struggendo le pietre. Ci si sente estranei al conforto reso dagli altri, quando a sé – il pozzo – convergono le braccia, come raggi di sole, a raccoglierti.  Risvegliarsi senza aver mai goduto di un sonno riposante. Afferrate le corde, lasciar tirare su il secchio che dall’abisso aveva espresso un grido. Gettare l’attraversamento dello sconforto, nell’emissione di una speranza. Lo strofinio delle corde ha prodotto una liberazione. Esplode ora, mentre sale lentamente, ciò che era stato costretto nel fondo. Ma indietreggia sempre qualcosa: quel qualcosa che non crede, vuole tornare oppresso.